sabato 8 agosto 2009

Ru486 la pillola abortiva - una questione semplice semplice



Avvertenza: qui non si parla di aborto SI o aborto NO, in Italia l'aborto è legale ed è regolato dalla legge 194/1978, da questo dato di fatto si parte per discutere la questione.
La questione Ru486 (mifepristone) la si può risolvere semplicemente:
Aborto chirurgico ed aborto farmaceutico sono due differenti pratiche mediche che hanno lo stesso fine: l'interruzione della gravidanza.
I progressi in medicina sono tesi non solo a indagare e curare malattie nuove o non ancora curabili, ma anche a migliorare le stesse pratiche mediche rendendole più sicure, meno dolorose e meno invasive. La Ru486 fa semplicemente questo: rende l'interruzione di gravidanza meno invasiva. Chi è contro la Ru486 non è un vecchio chirurgo appassito che vede svanire i tempi d'oro del taglia e cuci, no, è semplicemente parte di quello strato della nostra società che è (apertamente o meno) contro l'aborto, e, non potendo abolirlo, preferisce che almeno si utilizzi solo l'aborto chirurgico perché, in confronto alla Ru486, ha un aspetto punitivo sul corpo della donna.
Inoltre la Ru486 può essere utilizzata già nelle prime settimane di gravidanza (ma entro e non oltre la 7a), mentre l'aborto chirurgico può essere praticato solo dalla 6a settimana in poi: non usare la Ru486 è anche in questo caso un'arma per incidere sulla psiche della donna che voglia o debba ricorrere all'interruzione volontaria della gravidanza, procurandole un'attesa angosciante.
Bisognerebbe far sì che le donne siano libere di decidere la pratica meno incisiva sulla loro psiche, ovvero dare la possibilità di scegliere tra un procedimento chirurgico ed invasivo che dura circa 20 minuti ed è praticato spesso in anestesia totale e quindi senza sensazioni e ricordi fisici o un procedimento non invasivo ma che prevede in 3 giorni l'assunzione di due diversi farmaci e l'espulsione cosciente del materiale embrionale.

Risolta con agilità la questione Ru486si Ru486no alla sua base, si può entrare nello specifico.

- Si potrebbe obiettare che ad una minore invasività corrisponde una maggiore pericolosità della pratica farmaceutica rispetto a quella chirurgica, monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Academia pro Vita cita i casi di 29 donne decedute in tutto il mondo in seguito alla somministrazione della ru486 dagli anni '80 fino ad oggi. Come prima cosa occorre ricordare che il farmaco è stato studiato ed è ritenuto sicuro dall'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ed è utilizzato in paesi avanzati come Stati Uniti e in quasi tutta Europa. In Secondo luogo non si può dimenticare che ogni farmaco ed ogni pratica medica hanno dei potenziali rischi, non esistono farmaci o pratiche chirurgiche sicure al 100% e 29 casi in 30 anni sono un numero esiguo, poi è vero che confrontando questi numeri con le morti per aborto chirurgico i dati sulla mortalità sono schiaccianti (1 morto ogni 100mila assunzioni di Ru486 contro 1 morto ogni 1milione di aborti chirurgici) ma nella valutazione sull'utilizzo di un farmaco non si può calcolare solo l'evento estremo e raro della morte, bisogna anche considerare la normalità, e i dati raccontano che i problemi legati alle due pratiche sono: dolori, perdite di sangue (più lunghe con il farmaco), nausea per entrambi i metodi. Le complicazioni gravi (che si verificano in meno dell'1% dei casi) sono per l'aborto chirurgico traumi o ferite al collo dell’utero e/o alla parete uterina, infezioni, forti perdite di sangue, eliminazione incompleta dei tessuti embrionali con conseguente necessita' di una seconda aspirazione, coaguli vascolari (trombosi), rischi di future gravidanze extra-uterine o sterilità. Per il metodo farmaceutico invece i problemi sono: forti perdite di sangue o espulsione incompleta, con conseguente necessita' di una aspirazione per eliminare i resti dei tessuti embrionali rimasti nella cavità uterina, insuccesso del metodo e continuazione della gravidanza con necessità di un'ulteriore aspirazione con intervento chirurgico.
Riassumendo: nel 99% dei casi per entrambi i metodi non ci sono complicanze (esclusi i normali dolori nausee perdite di sangue), il metodo farmaceutico però è sicuramente non invasivo. Nell'1% dei casi appaiono le complicanze dannose o pericolose che appartengono però al metodo chirurgico. Mentre la mortalità seppur rarissima è 10 volte maggiore con la Ru486.
La domanda è: perché in 99 casi su 100 a pericoli zero per la salute alcuni vogliono mantenere una pratica invasiva?

- Giuliano Ferrara è contro la Ru486. In un appello firmato insieme a Lucetta Scaraffia e Roberto Formigoni si dice che la Ru486 è un sistema abortivo altamente controverso anche dal punto di vista della sua sicurezza ed efficienza clinica.
I dati scientifici riportano una percentuale di efficienza del 95%.
Ma al di là di questi dati evidenti ai quali non si può controbattere, è più interessante analizzare le altre parole di Ferrara:
La pillola costa 14 euri, è alla portata di tutte le borse, e la minimizzazione dei suoi rischi clinici, ché quelli di cultura e di senso sono evidenti e irrimediabili, farà in modo che si diffonda adeguatamente.
Io condivido questa preoccupazione, cioè che, come accade in altri paesi, l'aborto possa passare attraverso l'acquisto in farmacia. E' sicuramente qualcosa da regolamentare, ma allo stato attuale delle cose in Italia non è questo che sta accadendo, l'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) ha approvato l'immissione in commercio della pillola abortiva Ru486, ma attenzione, immissione in commercio non significa che la Ru486 la si possa trovare al supermercato, e neanche in farmacia con prescrizione medica; in base a quanto dettato della legge 194, l'utilizzo avviene nel solo ambito ospedaliero, anche se è realistico, come presagisce Ferrara, che probabilmente (a meno di una normativa restrittiva in questo senso, che ad esempio in molti altri paesi non c'è) il momento dell'espulsione del materiale embrionale non sarà in ospedale ma a casa: bene, l'argomento è interessante. Ecco l'analisi:
Se la pratica medica prevede che la donna (informata su ciò che accade al suo corpo e sul fatto che non sarà un'esperienza piacevole) possa espellere il materiale embrionale in casa in tutta sicurezza, allora la casa è meglio dell'ospedale, perché è un luogo più intimo, più quotidiano, e meno terrificante della media degli ospedali italiani.
Se la differenza tra fare l'aborto chirurgico in ospedale e concluderlo in casa (dopo un controllo ed un'assistenza medica) sta nel supporto psicologico, allora basta introdurre per legge il supporto psicologico, la donna che ne ha bisogno si recherà in ospedale. Però bisogna anche ricordare che oggi non sembra presente un vero supporto psicologico per le donne che interrompono la gravidanza chirurgicamente, e se anche in alcuni casi c'è, questo supporto fa a pugni con i tentativi di personaggi legati al mondo cattolico che in ospedale importunano con il loro aiuto morale le donne che in quel momento sono in uno stato mentale sicuramente non sereno. E anche quando queste figure prive di ogni carità cristiana non sono presenti, c'è spesso un personale medico corrotto, moralmente corrotto, che non potendo impedire di fatto l'aborto si vendica tormentando la donna. (Corrado Augias sta raccogliendo testimonianze di questi fatti QUOTIDIANI, qui un esempio.)
Continua Giuliano Ferrara, un medico
ti dà in ospedale, se con il tempo e con l’uso non te lo passi addirittura la farmacia, un veleno antifeto che, molte settimane dopo il concepimento, puoi ingerire per espellere il bambino “indesiderato” che hai in corpo a casa tua, con dolore e rischi per la salute, nella più disperata e indifferente delle solitudini, tirando lo sciacquone. Ferrara lo chiama feto, ma feto non è, perché diventa feto dopo 60-70 giorni, mentre la Ru486 la si utilizza entro 49 giorni; se la Ru486 la si usa molte settimane dopo il concepimento allora la pratica chirurgica è praticabile solo moltissime settimane dopo, e se questo è un disvalore lo è ancora di più per la pratica chirurgica; il dolore c'è anche con la Ru486 e questo è vero ma i rischi sono calcolati ed è stabilito che è una pratica sicura; ed eccoci alla questione importante: Ferrara insiste ancora sull'equazione casa-solitudine che ha in se un pregiudizio, la donna se non abortisce in ospedale è sola, che si traduce in: la donna che abortisce è sola, e questa non è la realtà, può essere così come può essere il contrario come può esserlo per qualsiasi altra pratica medica e qualsiasi essere umano uomo o donna. Il problema sta nel voler far passare subdolamente un momento difficile per la caratteristica principale della donna che non diventa madre, cioè dipingere una donna che abortisce come una sciagurata, una sfigata, una donna sola e disperata. Non viene mai vista invece come una donna che vive una vita di coppia vera, viva, appagante, una donna cosciente, autodeterminata. Sicuramente quel frangente della sua vita sarà difficoltoso e triste ma non può negare tutta una vita; ed una scelta non può negare la presenza di un compagno, di un'amica, di una famiglia che sappiano accudire e confortare meglio di un medico estraneo e soprattutto malvagio nel momento in cui dall'alto della sua posizione di vantaggio (perché il medico ha sempre una posizione di vantaggio quando un paziente rende disponibile il proprio corpo) e del suo giudizio morale tratta senza nessuna pietà una donna che abortisce volontariamente.
E se anche una donna dovesse essere sola nel momento di questa scelta, deve avere la possibilità di scegliere quale pratica medica la spaventa di meno e la fa sentire più tranquilla.
Ecco tutto, non è una questione etica ma medica, nulla di più semplice.

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