Ho scritto il titolo ed è suonato l'allarme, colpa mia: ho utilizzato "aborto" come prima parola. L'argomento aborto è talmente controverso da suscitare sindrome di incapacità di discernimento in molte persone. In questo articolo non si ragiona a proposito di "aborto", della sua eticità e quant'altro: si parla di obiezione di coscienza, cioè del rifiuto di assolvere un obbligo di legge, di come sia regolamentato e di quale è la sua pratica. Fine del messaggio di avvertimento: si prega di attivare il cervello in modalità ragionamento.
Nel 1978, con l'introduzione della legge 194 che regolava l'interruzione volontaria di gravidanza, veniva regolamentata anche l'obiezione di coscienza (Art. 9).
Oggi, l'obiezione di coscienza, assume aspetti differenti da quelli di trent'anni prima; oltre alle ovvie ragioni morali di chi decide di dichiararsi obiettore ci sono altre ragioni.
1. Ragioni economiche: ovvero quelle dei medici che privatamente (e quindi ricevendo denaro direttamente per quella prestazione sanitaria) praticano l'interruzione di gravidanza anche se si dichiarano obiettori nelle strutture pubbliche. Questi medici non solo mancano di coerenza, ma commettono un illecito.*
2. Oltre a quello economico, esiste poi l'aspetto che si potrebbe definire dell'obiezione di ritorno, ovvero, medici che pur non avendo impedimenti morali nello svolgere degli aborti, sfruttano questa possibilità, per sfuggire alla mole di lavoro causata dall'alto numero di obiettori che legalmente (per motivi morali o di altro genere) si sottraggono all'adempimento di questo specifico compito lavorativo ed alle attività ausiliarie relative all'aborto.
3. Trent'anni dopo, esiste anche un meccanismo ancora più complesso da analizzare; banalizzando si può riassumere in questo modo: la sanità è un feudo. Chi ricopre alcune cariche nella sanità ha un ruolo di potere, sia per il valore economico (di investimenti e spese) che quella carica comporta, sia per il valore politico (di poltrone e lottizzazioni). Così accade che potere e politica (destra, centro e sinistra) si infiltrino per convenienza in un ambito della società, ma a volte, accade anche che utilizzino questo ambito per i proprio scopi ideologici. In questo caso specifico l'area di potere centrodestra-cattolica-conservatrice, utilizza il feudo-sanità, come campo di battaglia di ideali che hanno dignità di essere difesi, ma non in questa maniera subdola che va, in sostanza, a pesare sulle spalle, sulle sofferenze e sulle vite delle persone, chiunque esse siano.
Ma trent'anni fa si sapeva tutto questo? Lo si poteva prevedere, ma nel 1978, l'articolo 9 era fondamentale per difendere il diritto dei lavoratori cattolici a continuare a praticare il mestiere per il quale si erano spesi, avevano studiato, impegnato tempo, fatica ed esperienza. L'introduzione di una nuova legge, su un argomento così forte, andava a creare uno strappo con il passato, si introduceva una componente nuova (si legalizzava) nella pratica medica in Italia. L'articolo 9 non è sbagliato, ma doveva avere una scadenza, avrebbero dovuto poter fruire di questo diritto chi già era medico ginecologo e chi già era iscritto a medicina nel 1978, chiunque si sarebbe iscritto a medicina da quella data in poi, avrebbe dovuto prendere atto della nuova legge e della mutazione in corso della società italiana. Verrebbe da chiedersi perché un poliziotto o un carabiniere cattolico non sia esentato dallo sparare ad un criminale, per salvare una persona che rischia la vita; o se un vigile del fuoco ebreo praticante sia esentato dallo spegnere un incendio il sabato. Lo stato è laico, e se il singolo ha una morale particolare (anche se diffusa), deve rinunciare a praticare quel mestiere che gli impone degli obblighi che contrastano con il suo credo. Nessuno è stato obbligato a diventare poliziotto, nessuno è stato stato obbligato a diventare medico, tanto meno ginecologo. Dalla difesa di un diritto, si è arrivati alla difesa di una morale religiosa non da tutti condivisa, e che così viene di fatto imposta alla società. Avvenimento non raro in Italia.
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